domenica 16 agosto 2026

Il paradosso della TARI: Aumenta la percentuale della raccolta differenziata e la tariffa cresce.



TARI - Il paradosso della TARI esiste davvero: nonostante l’aumento della raccolta differenziata, la tariffa cresce. E questo contraddice il principio europeo chi inquina paga. Il punto centrale è che la TARI non misura quanto il cittadino conferisce, ma quanto costa al Comune l’intero sistema rifiuti. E questi costi, negli ultimi anni, crescono in modo dissociato dai comportamenti virtuosi dei cittadini.

Il paradosso nasce perché la TARI deve coprire il 100% dei costi del servizio, e questi costi aumentano anche quando la raccolta differenziata migliora. Il risultato è che chi produce meno rifiuti paga comunque di più, mentre il principio europeo vorrebbe l’esatto contrario.

La TARI copre tutti i costi del servizio, non solo quelli legati all’indifferenziato. Tra i costi fissi: mezzi e attrezzature, spazzamento strade, amministrazione e ammortamenti.

Questi costi non diminuiscono se aumenta la differenziata.

Per aumentare le percentuali della raccolta differenziata, i Comuni sono passati al porta a porta, che richiede: più personale, più mezzi e più turni con il costo del lavoro che diventa così la voce più pesante del bilancio per il servizio .

La normativa italiana non applica davvero il principio europeo “chi inquina paga”. La Cassazione ha chiarito che le tariffe devono essere proporzionate alla potenziale produzione di rifiuti, ma non misurano la produzione reale. In altre parole: il cittadino virtuoso non viene premiato, chi produce più rifiuti non paga di più in modo proporzionale e la tariffa è costruita su coefficienti presuntivi, non su misurazioni reali.

Il cittadino fa la sua parte, ma paga di più
Il principio europeo “chi inquina paga” è scritto nel trattato dell’Unione all’Articolo 191, paragrafo 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Sancito dalla Direttiva Europea 2008/98/CE sui rifiuti, precisato dal Regolamento Europeo (UE) n. 2020/852 e puntualizzato dal, Corte di Giustizia sulla responsabilità economica del soggetto che genera l’inquinamento, sulla proporzionalità tra danno e costo e sul divieto di scaricare i costi su soggetti non responsabili.

Per chi non lo avesse ancora recepito: Il principio europeo Chi inquina paga richiede sistemi PAYT – Pay As You Throw, cioè:
misurazione puntuale dei rifiuti
tariffa proporzionale al conferimento
premi per chi differenzia bene
penalità per chi produce indifferenziato

In Italia invece vige il paradosso in termini civici

Il cittadino: separa i rifiuti, aumenta la percentuale di differenziata, riduce l’indifferenziato, e sostiene costi crescenti.

Il sistema TARI : non misura la produzione reale, non distingue tra chi differenzia i rifiuti e chi no generando disparità e senso di ingiustizia, non premia la qualità della raccolta differenziata , non riduce i costi fissi e scarica i costi strutturali sulla tariffa

Risultato: la TARI cresce anche quando il cittadino inquina meno.

Il paradosso della TARI dimostra che il sistema italiano non applica il principio europeo, ma un modello amministrativo che non è correlato ai comportamenti individuali, non incentiva la riduzione dei rifiuti, non premia la qualità della differenziata e non distingue tra chi inquina e chi non inquina

L’attuale TARI è un sistema che chiede sempre più denaro ai cittadini, anche quando fanno esattamente ciò che l’Europa chiede
.












sabato 8 agosto 2026

SIN Valle del Sacco - Fare Verde Provincia di Frosinone APS commenta il report ambientale.

SITO SIN BACINO IDRICO VALLE DEL SACCO - Si sa che ARPA Lazio non tratta questioni sanitarie. Ma è quantomeno sorprendente che un documento che fotografa vent’anni di esposizioni ambientali non trovi neppure il coraggio di richiamare il Ministero della Salute o di suggerire ad esempio  una minima, elementare campagna di monitoraggio sanitario dedicato  ad una popolazione che ha respirato, bevuto e coltivato dentro il  SIN BACINO IDRICO DEL FIUME SACCO.

Un dettaglio, certo. Come se la salute pubblica fosse un accessorio.

C’è una certa genialità nel nuovo report ARPA Lazio sulla Valle del Sacco: riesce a raccontare vent’anni di disastri ambientali con la stessa emotività di un manuale di istruzioni per lavatrici. Un talento raro: parlare di aria, acqua e suolo senza mai sfiorare la vita reale di chi ci vive e ci lavora.

ARIA – PM10 e PM2.5

Nel 2024, in vari punti della Valle, i PM10 hanno superato 40 µg/m³ nei periodi critici. Il report usa il consueto linguaggio tecnico, quello che parla di “andamenti”, “stabilità dei valori”, “coerenza con gli anni precedenti”. Un modo elegante per dire che si respira male da anni, e che la cosa non sembra destare particolare allarme. Un ragionamento impeccabile, se la Valle del Sacco fosse un poligono industriale disabitato. Peccato che ci vivano persone. Peccato che nessuno si chieda se quei polmoni meritino almeno un controllo.

ACQUA – β-HCH

Il fiume Sacco continua a mostrare la presenza del famigerato β-HCH, la sostanza che ha devastato allevamenti, aziende agricole e intere filiere. L'inquinamento delle matrici suolo/sottosuolo, acque superficiali e sotterranee è il risultato di decenni di attività industriali inquinanti, smaltimenti illeciti di rifiuti tossici e sversamenti nei corsi d'acqua. Il territorio è caratterizzato da contaminazioni da sostanze organiche persistenti come beta-esaclorocicloesano (β-HCH), arsenico, metalli pesanti e fitofarmaci, che interessano sia le acque superficiali che il suolo. Eppure nel documento non c’è una riga che dica: “ La  gente che ci abita  merita un’assistenza sanitaria e sociale dedicate ” perché hanno altissime probabilità di ammalarsi .

SUOLO – Piombo e arsenico

In alcune aree agricole, i terreni mostrano ancora concentrazioni elevate di piombo e arsenico, con superamenti delle soglie per l’uso agricolo. Il report lo registra con la solita compostezza tecnica, come se si trattasse di un reperto museale. Nessuna domanda su cosa significhi per chi quel suolo lo ha lavorato per anni . Nessuna proposta di bio monitoraggio. Nessun richiamo al Progetto INDACO. Silenzio totale.

Il capolavoro del report: la Valle del Sacco senza la Valle del Sacco

Il documento è un esercizio di equilibrismo istituzionale: non disturba la politica, non disturba l’industria, non disturba gli enti che per anni hanno certificato criticità senza mai risolverle.

Disturba solo la realtà.

Perché la Valle del Sacco non è un dataset. Non è una matrice. Non è un grafico. È un territorio agricolo inzozzato dalle industrie , costruito da generazioni di persone che hanno trasformato un suolo difficile in un paesaggio produttivo e vivo.

Eppure nel report gli agricoltori compaiono come comparse mute, come elementi del paesaggio. Non c’è una riga che dica: “Questo territorio esiste perché loro lo hanno fatto esistere”.

Il report è aggiornato al 2024. La sensibilità, invece, sembra ferma a due secoli fa. È un documento che descrive tutto tranne ciò che conta: le persone, il lavoro, l’agricoltura, il genius loci della Valle del Sacco.

La Valle non ha bisogno di un altro PDF che “descrive”. Ha bisogno di qualcuno che si assuma responsabilità. E soprattutto di qualcuno che abbia il coraggio di dire che la vera emergenza non è nei grafici, ma nelle persone che quei grafici li subiscono.

E che una campagna di monitoraggio sanitario permanente — la cosa più ovvia, più logica, più umana — non è un optional: è un dovere.









lunedì 27 luglio 2026

INCENDIO REMAT - Fare Verde Provincia di Frosinone APS interviene sull'incendio della Re Mat

Fare Verde Provincia di Frosinone APS ha inoltrato alla Procura della Repubblica di Cassino, alla Prefettura di Frosinone, alla ASL, al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco e al Comune di San Giorgio a Liri una richiesta formale per accertamenti sull’impianto di recupero rifiuti gestito da RE.MAT. Lazio S.p.A., alla luce di elementi documentali che sembrerebbero evidenziare criticità rilevanti.

L’associazione ha sottolineato come la Regione Lazio abbia qualificato come modifica non sostanziale un intervento che ha comportato un ampliamento dell’impianto del 53%, l’estensione delle aree di stoccaggio, nuove opere civili, modifiche al sistema di gestione delle acque meteoriche e l’introduzione di un’area destinata al deposito temporaneo di rifiuti radioattivi. Una valutazione che, secondo Fare Verde Provincia di Frosinone APS, avrebbe richiesto un’analisi più approfondita degli effetti cumulativi.

Nell'esposto è stata posta particolare attenzione sull’incendio del 6 aprile 2025, verificatosi durante il procedimento autorizzativo, senza che nel nuovo provvedimento regionale emergesse una rivalutazione delle misure antincendio o del Piano di Emergenza Interno. Il successivo incendio del 12 luglio 2026 renderebbe inquietante questa specifica circostanza .

Fare Verde Provincia di Frosinone APS ha inoltre evidenziato che una prescrizione del rinnovo autorizzativo – la rimozione dei rifiuti accumulati all’esterno – risultava adempiuta solo al 60%, con una quota rilevante di materiali ancora presente al momento dell’autorizzazione del 2025.

Ulteriori verifiche sono state richieste sul dimensionamento del nuovo sistema di gestione delle acque meteoriche, sulla capacità dei serbatoi, sul rischio di tracimazioni e sulla conformità alle prescrizioni tecniche, soprattutto in relazione all’aumento delle superfici impermeabili.

L’associazione ha chiesto infine accertamenti sulla nuova area destinata ai rifiuti radioattivi intercettati dai sistemi radiometrici, richiamando la necessità di protocolli operativi conformi al D.Lgs. 101/2020 e di un aggiornamento del Piano di Emergenza Interno.

Alla luce di tali elementi, Fare Verde ha sollecitato gli enti competenti a verificare la completezza dell’istruttoria, la conformità delle valutazioni ambientali e l’adeguatezza delle misure di prevenzione, nel rispetto dei principi di precauzione e di tutela dell’ambiente sanciti dal D.Lgs. 152/2006.

Soi precisa che con altra nota è stata chiesta la revoca dell'AIA emessa dalla Regione Lazio con la determinazione  n. G11754 del 16 settembre 2025









domenica 26 luglio 2026

Inceneritore di San Vittore del Lazio, il Consiglio di Stato riapre il giudizio sulla quarta linea


Importante svolta nella vicenda della quarta linea del termovalorizzatore ACEA Ambiente di San Vittore del Lazio. Con la sentenza n. 6048/2026, pubblicata il 24 luglio 2026, il Consiglio di Stato ha accolto l’appello presentato dal Comune di Rocca d’Evandro, annullando la precedente decisione del TAR Latina, che aveva dichiarato improcedibile il ricorso contro gli atti autorizzativi dell’impianto.


La causa torna ora al TAR, che dovrà pronunciarsi nel merito sulle contestazioni avanzate dai ricorrenti riguardo alla legittimità delle autorizzazioni rilasciate per la realizzazione della quarta linea.

Il TAR dovrà esaminare tutte le contestazioni

Secondo quanto stabilito dal Consiglio di Stato, il ricorso non ha perso interesse per il solo fatto che, durante il procedimento giudiziario, siano stati banditi gli appalti e avviati i lavori dell’opera.I giudici hanno chiarito che la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) costituiscono il presupposto giuridico indispensabile dell’intervento. Di conseguenza, un eventuale annullamento di tali provvedimenti potrebbe incidere anche sugli atti successivi, comprese le procedure di gara, poiché privi del necessario fondamento autorizzativo.

Riconosciuto il diritto degli enti locali a tutelare ambiente e salute

La sentenza ribadisce inoltre un principio ritenuto rilevante nelle controversie ambientali: VIA, PAUR e Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) sono provvedimenti autonomi e ciascuno può essere impugnato separatamente.

Il Consiglio di Stato conferma anche la piena legittimazione degli enti territoriali ad agire a tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Secondo i giudici, nelle controversie ambientali è sufficiente dimostrare la vicinitas, ossia la vicinanza territoriale all’opera contestata, e prospettare possibili effetti negativi sul territorio, senza dover provare fin dall’inizio un danno certo e attuale.

Al centro del giudizio VIA, PAUR e autorizzazioni

Con il rinvio disposto dal Consiglio di Stato, il TAR Latina dovrà affrontare per la prima volta le questioni di merito rimaste finora inesaminate.

Tra gli aspetti che saranno valutati figurano la legittimità della Valutazione di Impatto Ambientale, del PAUR e degli altri atti autorizzativi relativi alla quarta linea del termovalorizzatore, oltre a diversi profili di carattere ambientale, urbanistico, autorizzativo e procedimentale sollevati dai ricorrenti.

Secondo il Consiglio di Stato, il fatto che i lavori siano già stati avviati non può impedire al giudice di verificare la validità degli atti amministrativi che hanno consentito la realizzazione dell’opera.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS: “Ora si faccia piena chiarezza”

In una nota, Fare Verde Provincia di Frosinone APS, che ha collaborato con il Comune di Rocca d’Evandro nell’attività di approfondimento tecnico e documentale a supporto del ricorso, ha espresso soddisfazione per la decisione del Consiglio di Stato.

L’associazione auspica che il giudizio di merito consenta di verificare la piena legittimità dell’intero procedimento autorizzativo della quarta linea dell’impianto.

Fare Verde ricorda inoltre di essere in attesa, da oltre due anni, della documentazione relativa al titolo edilizio della quarta linea, richiesta al Comune di San Vittore del Lazio attraverso gli strumenti previsti dalla normativa sull’accesso agli atti. Secondo l’associazione, tali documenti sarebbero indispensabili per ricostruire l’intero iter amministrativo e garantire la massima trasparenza nei confronti dei cittadini.

Si ringrazia l'Avv. Pasquale Rinaldi per la pazienza e per la Sua grande dedizione alla causa ambientale. Ha gestito ogni fase  del  procedimento in modo ineccepibile.
Dal giornale online "La Spunta".



Politica identitaria senza potere decisionale: il caso del BRT di Frosinone e l’assenza di una vera strategia per il made in Italy

 

Nel dibattito pubblico locale si moltiplicano richiami al “territorio”, alle “eccellenze locali” e al “made in Italy”. Un vero mantra comunicativo quello delle iniziative che richiamano fantastici richiami identitari. Tuttavia, tali dichiarazioni risultano prive di fondamento giuridico e amministrativo: le norme europee e nazionali sugli appalti pubblici non consentono alle amministrazioni pubbliche di imporre l’acquisto di prodotti italiani per ragioni identitarie o simboliche.

Le direttive UE e il Codice dei Contratti Pubblici stabiliscono infatti i principi di concorrenza, non discriminazione e parità di trattamento, rendendo illegittima qualsiasi preferenza basata sulla provenienza nazionale dei beni.

In questo contesto, il caso del BRT di Frosinone rappresenta un esempio emblematico di scollamento tra propaganda e realtà. Il BRT di Frosinone , presentato con enfasi come simbolo di innovazione “ciociara”, è in realtà un bus elettrico prodotto da un’azienda turca, scelta nell’ambito di procedure che non prevedono alcuna preferenza per il made in Italy.
Nonostante ciò, la comunicazione politica ha insistito su elementi identitari e folkloristici, fino ad attribuire al mezzo un nome locale - ESSEGLIE' - nel tentativo di costruire una narrazione di fantasia che non trova riscontro nei fatti.

La contraddizione appare ancora più evidente considerando che, proprio a Frosinone, opera Tecnobus Gulliver, storica azienda italiana specializzata in veicoli elettrici per il trasporto pubblico locale , con prodotti collaudati e ampiamente utilizzati in molte città italiane ed europee.
Un’eccellenza del territorio ignorata nelle scelte amministrative , ma spesso evocata nella retorica politica.

Questa distanza tra parole e azioni alimenta una forma di demagogia identitaria, che non contribuisce né alla tutela delle imprese locali né alla trasparenza verso i cittadini.
La politica, priva degli strumenti normativi per orientare il mercato, finisce per ricorrere a scenografie comunicative che non incidono sulla realtà dei fatti e rischiano di minare la credibilità delle istituzioni.

Quando la politica non può decidere davvero, si rifugia nella retorica:

  • nomi folkloristici

  • simboli identitari

  • narrazioni pseudo-patriottiche

  • richiami alle “eccellenze del territorio”

Sono espedienti comunicativi per coprire l’assenza di potere decisionale reale, ma quando la propaganda supera la realtà, si sfiora il grottesco.

La politica locale parla di “territorio”, “identità”, “made in Italy”, ma negli appalti pubblici con gara :

  • non può imporre prodotti italiani

  • non può tutelare le aziende locali

  • non può controllare gli appalti complessi

  • non conosce le norme europee

  • non ha una strategia industriale

Semplicemente si rifugia nella scenografia, nei nomi folkloristici, nella comunicazione faziosa e nelle inaugurazioni pompose.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS richiama le amministrazioni locali alla responsabilità, alla coerenza e al rispetto della verità amministrativa, affinché la promozione del territorio non si riduca a un esercizio di immagine green , ma si traduca in scelte concrete, trasparenti, possibili e utili alla comunità.







venerdì 24 luglio 2026

Patrica - Odori nauseabondi anche questa mattina: residenti costretti a chiamare le Forze dell’Ordine. Fare Verde Provincia di Frosinone APS chiede il sequestro dell’impianto.



Patrica – Anche questa mattina, 24 luglio 2026, i residenti della località Ferruccia di Patrica sono stati costretti a richiedere l’intervento delle Forze dell’Ordine a causa dei persistenti odori nauseabondi che continuano a rendere l’areale invivibile.
Non è bastata la sentenza della Magistratura frusinate, che ha emesso un decreto penale di condanna nei confronti dell’impianto industriale responsabile delle emissioni: il problema, infatti, persiste senza alcuna attenuazione.
D’altro canto, il Comune continua a comportarsi come un moderno Ponzio Pilato, secondo il più classico postulato: “Il problema è di chi ce l’ha”. Un atteggiamento che, di fronte a una comunità esasperata, appare del tutto inadeguato e privo di senso istituzionale.
Fare Verde Provincia di Frosinone APS, con gli iscritti di Fare Verde Patrica, ha già denunciato quanto è in accadimento alla Magistratura, ma nonostante ciò – in un clima di assoluto menefreghismo – le emissioni odorigene insopportabili continuano a manifestarsi con la stessa intensità, comportandosi come uno stalker ambientale, capace di alterare le abitudini quotidiane e i rapporti sociali dei residenti.
La nostra Associazione ribadisce che la reiterazione del fenomeno configura una persistente violazione penale e annuncia che continuerà a chiedere il sequestro dell’impianto, unico provvedimento in grado di tutelare efficacemente la popolazione e ripristinare condizioni di vivibilità dignitose.









martedì 21 luglio 2026

PATRICA - Omessa bonifica del deposito incontrollato di rifiuti presso l’area ex SIPOREX – Patrica (FR) SITO SIN BACINO IDRICO DEL FIUME SACCO




PATRICA - SITO SIN BACINO IDRICO DEL FIUME SACCO -

L’associazione ambientalista Fare Verde Provincia di Frosinone APS rende noto che, a distanza di oltre due anni dalla prima segnalazione alle Forze dell’Ordine , permane inalterata la situazione di grave degrado ambientale nell’area ASI del Comune di Patrica, antistante l’ex stabilimento SIPOREX, del Consorzio Industriale del Lazio.

In data 11 gennaio 2024, l’associazione aveva formalmente denunciato la presenza di un deposito incontrollato di rifiuti, chiedendo l’immediata rimozione dei materiali e la bonifica del sito. A seguito della segnalazione, intervenne anche il servizio pubblico RAI, documentando lo stato dei luoghi e portando la vicenda all’attenzione nazionale.

Nonostante ciò, la situazione è rimasta immutata: i rifiuti sono ancora presenti, nessuna comunicazione ufficiale è stata fornita dal Consorzio Industriale del Lazio. Una condizione che appare incompatibile con i doveri di custodia, vigilanza e gestione responsabile delle aree industriali consortili, e che contribuisce a generare un’immagine di zona franca, sottratta all’applicazione delle norme ambientali.

Il Presidente pro tempore di Fare Verde Provincia di Frosinone APS, Dott. Marco Belli, ha pertanto ritenuto necessario rivolgersi all’Illustrissimo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone, affinché vengano valutate:le responsabilità di chi ha determinato l’inquinamento del sito,
le condotte omissive di chi non ha provveduto alla bonifica,
eventuali ulteriori fattispecie penalmente rilevanti.

La tutela dell’ambiente e della salute pubblica impone che situazioni di degrado così evidenti non vengano tollerate né lasciate perdurare nel tempo.

L’associazione ha trasmesso alle Autorità competenti documentazione fotografica aggiornata al 9.6.2026, attestante la presenza dei rifiuti e il perdurante stato di abbandono dell’area antistante l’ex SIPOREX-.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS ribadisce la necessità di un intervento immediato e risolutivo, volto a:ripristinare la legalità,
tutelare l’ambiente,
salvaguardare il decoro del territorio,
garantire il rispetto delle norme vigenti in materia di gestione dei rifiuti e bonifica dei siti contaminati.

La Ciociaria non può essere lasciata in balia dell’inerzia amministrativa: il territorio merita attenzione, rispetto e azioni concrete. La politica si pavoneggia con grandi progetti ecologici ma poi non è capace di far bonificare una strada dai rifiuti abbandonati.


































sabato 13 giugno 2026

Ceccano - Rifiuti abbandonati nei campi del SITO SIN Bacino idrico del fiume Sacco.



Ceccano - In località Anime Sante a Ceccano alle coordinate 41°34'38.0"N 13°19'49.7"E c'è chi va nei campi per mietere il fieno e invece trova una discarica.
Non dovrebbe accadere. E invece accade sempre più spesso: un contadino si reca nei propri terreni per lavorare, per mietere il fieno, per portare avanti quei gesti antichi che tengono in vita la nostra terra. Ma ciò che trova davanti a sé è un campo disseminato di rifiuti.
Materassi , plastica, tantissimi sacchi di rifiuti urbani e ingombranti.
Una scena che ferisce. Una scena che umilia.
Perché chi lavora la terra la ama, la rispetta, la custodisce.
E vedere il campo di fieno da mietere trasformato in una discarica abusiva significa sentirsi traditi da mani e menti che hanno scelto deliberatamente l’illegalità come stile di vita.
I contadini sono persone di grande umiltà, che vivono del proprio lavoro e che non chiedono nulla se non di poter coltivare in pace.
Sono loro a garantire cibo, paesaggio, biodiversità.
Sono loro a presidiare territori che altrimenti verrebbero abbandonati.
Eppure, troppo spesso, sono proprio loro a pagare il prezzo più alto dell’inciviltà altrui.
Devono fermare il lavoro.
Devono denunciare.
Devono attendere interventi che non arrivano.
Devono convivere con il timore che quei rifiuti possano contaminare suolo, acqua, raccolti.
Il tutto mentre chi ha abbandonato quei materiali resta impunito, protetto dall’ombra dell’anonimato e dall’assenza di controlli efficaci.
È necessario dirlo con chiarezza:
i contadini non possono e non devono diventare operatori ecologici.
Non spetta a loro raccogliere i rifiuti abbandonati nei campi.
Non spetta a loro bonificare ciò che altri hanno inquinato.
Non spetta a loro farsi carico dei costi economici, ambientali e morali dell’inciviltà.
Il loro compito è un altro: coltivare, produrre, custodire.
E lo fanno senza rovinare la terra, senza sfruttarla, senza violentarla con azioni criminali.
Chi abbandona rifiuti, invece, compie un reato e danneggia l’intera comunità.
Serve una presa di posizione netta.
Serve che le istituzioni intensifichino controlli, sanzioni, videosorveglianza.
Serve che la comunità sostenga chi lavora onestamente e isoli chi sporca e inquina.
Perché un territorio che non protegge i suoi contadini è un territorio che rinuncia al proprio futuro.















venerdì 12 giugno 2026

Differenziamo i rifiuti per riciclarli o per bruciarli?

Ciociaria Distretto dei Rifiuti - Nel dibattito sui rifiuti si parte quasi sempre da un principio apparentemente semplice: la raccolta differenziata serve a riciclare materia, mentre il recupero energetico serve a valorizzare ciò che non può essere recuperato in altro modo.

Ma cosa accade quando i documenti industriali e i dati regionali sembrano raccontare una realtà più complessa?

È il caso del Lazio, dove l'analisi dei flussi contenuti nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR) e della recente manifestazione di interesse di ACEA  Ambiente per il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio solleva interrogativi che meritano maggiore attenzione pubblica.

Non si tratta di denunciare anomalie accertate. Si tratta piuttosto di comprendere se il sistema sia sufficientemente trasparente da consentire ai cittadini di seguire il percorso dei rifiuti che separano ogni giorno nelle proprie abitazioni.

I dati riportati nel PRGR mostrano che i principali impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) del Lazio producono complessivamente circa 300 mila tonnellate annue di CER 19 12 10, il codice che identifica i rifiuti combustibili destinati alla produzione di combustibile solido secondario (CSS).

Eppure il medesimo piano regionale sembra riportare una produzione complessiva di CER 19 12 10 prossima alle 600 mila tonnellate annue. Una differenza enorme. La domanda è semplice: da dove arrivano le circa 300 mila tonnellate aggiuntive?

Le spiegazioni tecniche possibili sono numerose. Oltre ai TMB esistono impianti di selezione, piattaforme di trattamento, impianti multi materiale e altri processi industriali che possono generare rifiuti classificati come CER 19 12 10.

Tuttavia il PRGR non mette a disposizione una matrice di flusso unica e immediatamente leggibile che consenta di ricostruire con precisione il percorso di tali materiali. I numeri complessivi tornano. I passaggi intermedi molto meno.

Secondo il piano regionale, il Lazio produce ogni anno oltre un milione e mezzo di tonnellate di raccolta differenziata. Carta, cartone, plastica, vetro, organico e altre frazioni vengono avviate ai rispettivi circuiti di recupero. Ma nessun sistema di selezione è perfetto. Una quota dei materiali raccolti separatamente viene inevitabilmente scartata durante le operazioni industriali di trattamento. Materiali sporchi, contaminati, compositi o non conformi ai requisiti di mercato vengono separati e indirizzati verso altri percorsi. È qui che il quadro si fa meno chiaro.

Quanto di questi flussi contribuisce alla produzione di CSS?

Quanto viene effettivamente smaltito?

Le risposte non emergono in modo immediato dalla documentazione pubblica.

A rendere la questione ancora più interessante è la manifestazione di interesse presentata da ACEA Ambiente per il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio. Nel documento compare un'espressione che merita attenzione.

Non si parla semplicemente di "scarti della raccolta differenziata",  s fa riferimento a "rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata". Può sembrare una distinzione terminologica marginale, in realtà non lo è. Quando si parla di scarti derivanti dalla raccolta differenziata, il riferimento è normalmente alle frazioni residue generate dopo la selezione industriale e non più recuperabili come materia. L'espressione utilizzata nella manifestazione di interesse appare invece più ampia e solleva inevitabilmente una domanda: perché si parla di rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata e non esclusivamente di scarti derivanti dal loro trattamento?

La differenza lessicale potrebbe avere spiegazioni tecniche e amministrative del tutto legittime. Tuttavia, proprio per questo motivo, sarebbe opportuno che tali flussi fossero rappresentati in modo chiaro e facilmente verificabile.

La documentazione pubblica oggi disponibile non consente sempre di distinguere con immediatezza:

  • quanto CSS deriva dal trattamento dell'indifferenziato;
  • quanto deriva da impianti di selezione;
  • quale sia il contributo dei flussi provenienti dalla raccolta differenziata;
  • quali quantità siano effettivamente scarti di processo.

Quando il cittadino separa correttamente carta, plastica e altri materiali, si aspetta che il percorso di quei rifiuti sia tracciabile e comprensibile.

Più la filiera si allontana da questa trasparenza, più cresce il rischio di alimentare dubbi e sfiducia.

La questione centrale non è se il sistema sia legittimo. La questione è se sia sufficientemente trasparente.

Se il Lazio produce circa 300 mila tonnellate di CSS dai TMB e quasi 600 mila tonnellate complessive di CER 19 12 10, appare ragionevole chiedere una ricostruzione pubblica e dettagliata dei flussi che generano la differenza.

Allo stesso modo, se nei documenti industriali compaiono riferimenti a rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata destinati alla filiera del CSS, sarebbe utile comprendere esattamente quali materiali siano coinvolti e in quale fase del processo. Non per mettere in discussione il recupero energetico, ma per garantire che chi differenzia i propri rifiuti possa sapere con precisione quale destino avranno. Perché la fiducia dei cittadini non si misura soltanto nelle percentuali di raccolta differenziata, si misura anche nella trasparenza con cui viene raccontato il percorso dei materiali dopo che il camion della raccolta ha lasciato il quartiere.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS si augura che il nuovo piano rifiuti sarà immediatamente comprensibile dai cittadini in special modo per i flussi dei rifiuti.






martedì 9 giugno 2026

Il Torrente Amaseno chiaro esempio di greenwashing.


Per oltre 250 giorni l’anno il Torrente Amaseno non ha alcuna portata idrica ed  anche in questi giorni il corso d’acqua è completamente in secca, nonostante continui a ricevere reflui provenienti dai depuratori urbani dei comuni di Veroli, Monte San Giovanni Campano e Boville Ernica. Un paradosso che Fare Verde Provincia di Frosinone APS denuncia da anni: senza acqua corrente, la depurazione non si completa, perché manca la fase finale e indispensabile della diluizione dei reflui trattati. Il risultato è evidente: ciò che esce dai depuratori, invece di scorrere nel torrente, si infiltra nel sottosuolo, con  ripercussioni sulle falde e sulla qualità dell’ambiente.


Alveo del torrente Amaseno in secca


Il letto dell’Amaseno, ormai inesorabilmente asciutto per la maggior parte dell’anno, continua a rivelare criticità. Il 9 giugno, i volontari di Fare Verde Monte San Giovanni Campano hanno rinvenuto rifiuti abbandonati in località Miniera, proprio nel letto del torrente. Mani criminali hanno abbandonato rifiuti e addirittura una tappezzeria di auto. Un segnale inequivocabile: l’alveo, privo d’acqua, diventa terreno di nessuno, vulnerabile a ogni forma di degrado.





Spostandosi a Casamari, la situazione non migliora. Sono ben visibili i lavori di presunta “sistemazione” degli argini, interventi celebrati come opere di riqualificazione ecologica quando sotto il piazzale che funge da parcheggio , insiste una grande struttura  costruita sulla sponda del torrente

Una contraddizione macroscopica: mentre si parla di tutela, vengono ignorati manufatti che violano le norme statali e regionali sulla fascia di rispetto dei corsi d’acqua che  disciplinano le distanze senza  lasciare spazio a nessuna interpretazione benevola.

Fare Verde Provincia di Frosinone vuole credere che gli assessori regionali, così solerti nel magnificare la presunta valenza ecologica dei lavori sugli argini, abbiano anche attivato i poteri sostitutivi della Regione previsti dalla legge per affrontare la questione dei manufatti  costruiti dentro l’alveo del torrente Amaseno.


Per ultimo: Al torrente Amaseno non serve il greenwashing in politichese ! Serve il ripristino della natura (Regolamento UE 2024/1991), entrato in vigore il 18 agosto 2024 che  stabilisce obiettivi e obblighi giuridicamente vincolanti volti a garantire il recupero degli ecosistemi degradati, terrestri e di acqua dolce, marini, urbani, agricoli e forestali dell’Unione Europea, mirando contestualmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici e alla prevenzione e alla riduzione dell'impatto delle catastrofi naturali
Le ruspe nell'alveo del torrente non riparano un bel niente.


domenica 7 giugno 2026

Torrente Amaseno: un ecosistema sacrificato tra reflui depurativi, abusi edilizi e passerelle politiche

 


Il torrente Amaseno, da anni, non è più un corso d’acqua vivo. Per oltre 250 giorni l’anno, l’alveo riceve esclusivamente i reflui dei depuratori dei comuni del comprensorio. Un paradosso idrologico e ambientale: nonostante lo sversamento continuo dai depuratori , il torrente rimane in secca.

Tradotto in termini concreti: i reflui depurati non scorrono, ma si infiltrano direttamente nelle falde, con un rischio evidente per la qualità delle acque sotterranee.

In assenza di un flusso naturale capace di diluire gli scarichi, gli stessi depuratori non riescono a chiudere il ciclo di trattamento, rendendo inefficace un sistema che dovrebbe tutelare l’ambiente e la salute pubblica.

Un ecosistema sotto assedio: carenza di acqua , troppa pressione antropica e troppi manufatti abusivi

Alla pressione dei reflui si aggiunge un’altra ferita: le sponde del torrente sono state progressivamente saccheggiate, occupate da costruzioni realizzate senza il rispetto delle normative statali e regionali. Un consumo di suolo illegittimo che ha cancellato habitat, corridoi ecologici e interi tratti di vegetazione ripariale.

Oggi, mentre il torrente è ridotto a un alveo arido, alcuni esponenti politici trasformano l’Amaseno in una passerella mediatica, sbandierando interventi sugli argini come se fossero opere risolutive.quando in realtà, questi lavori invasivi distruggono le ultime tracce di biodiversità sopravvissute.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS, da anni, denuncia una verità semplice e ignorata: l’acqua dell’Amaseno è stata captata, sottratta al corso naturale creando impedimento al mantenimento del flusso minimo vitale, obbligatorio per legge.

Già nel 2017 l’associazione interpellò l’allora Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – Divisione Tutela quali‑quantitativa delle Risorse Idriche e Distretti Idrografici. Con nota prot. 0005265 dell’8 marzo 2017, il Ministero comunicò che:

il sottobacino dell’Amaseno era stato inserito nel Piano di Tutela delle Acque Regionale (PTAR) del Lazio come area di miglioramento al 2021;


erano previste misure specifiche sugli impianti di depurazione da parte dell’Autorità regionale competente;


lo stato ecologico del torrente non soddisfa la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, come da anni sostiene il presidente della nostra Associazione il Dott. Marco Belli.

Il Ministero invitò inoltre a consultare il sito del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale per verificare le condizioni del corso d’acqua.

A distanza di anni, però, nessuno ha affrontato il nodo centrale: non servono nuove opere edilizie, ma il ripristino dell’acqua, della sua continuità ecologica e della sua capacità di rigenerare l’ecosistema.

Un tempo l’Amaseno alimentava i mulini di Monte San Giovanni Campano. Oggi, invece, è un alveo svuotato, un simbolo di ciò che accade quando l’ambiente viene sacrificato a favore di interessi di breve respiro.

La speranza – che è davvero l’ultima a morire – è quella di rivedere l’acqua tornare a scorrere, tanta e pulita, capace di:

restituire vita al torrente,


ripristinare gli equilibri ecologici,


e magari spazzare via anche il greenwashing di chi si presenta solo per farsi fotografare.

Fare Verde Provincia di Frosinone APS continuerà a battersi, con documenti alla mano e con la forza della legalità, affinché il torrente Amaseno torni a essere un ecosistema vivo, non un canale di scarico né un palcoscenico per la politica del consenso.

Il silenzio assordante delle sedicenti associazioni ambientaliste spiega tante cose.


Lavori fatti dalle ruspe dentro l'alveo del torrente .





giovedì 4 giugno 2026

Provincia di Frosinone - La trasparenza sul giro di affari dei rifiuti sembra quella della Corea del Nord.

 La trasparenza amministrativa, pur essendo un obbligo sancito dalla legge per enti e società a partecipazione pubblica, continua a rimanere un miraggio.

Le celebri metafore della “casa di vetro” e del “palazzo di vetro”, coniate da Filippo Turati nel 1908, sembrano non appartenere alla cultura gestionale delle società che operano nel ciclo dei rifiuti dei 91 comuni della provincia di Frosinone.

Le norme esistono e sono chiare. L’articolo 97 della Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948, stabilisce i principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione e delle società ad essa equiparate. A questi si aggiunge il D.lgs. 33/2013, che definisce la trasparenza come “accessibilità totale” ai dati e ai documenti, al fine di favorire il controllo diffuso sull’operato degli enti e prevenire la corruzione.

Eppure, nel caso della SAF  Società Ambiente Frosinone di Colfelice  che gestisce  il ciclo dei rifiuti provinciali e per la Re- Mat. Lazio Spa  di San Giorgio a Liri che gestisce rifiuti da fuori provincia,  la cosiddetta “casa di vetro” sembra essersi trasformata in un edificio dai vetri “grigio magno” , impenetrabile allo sguardo dei cittadini che pagano la TARI e che, pur contribuendo con risorse pubbliche, non possono conoscere come queste vengano impiegate.

 Nel luglio 2025 Fare Verde Provincia di Frosinone APS  ha richiesto la pubblicazione, sui siti istituzionali delle due società, dei dati e delle informazioni obbligatorie per legge.

A giugno 2026, nulla è stato ancora reso pubblico.

 Successivamente sono stati richiesti i rendiconti relativi agli oneri accessori alla tariffa, tra cui:

 benefit ambientali previsti dal decreto commissariale Regione Lazio n. 15/2005

 addizionale del 5% per conferimenti fuori ATO

 ecotassa

 costi di gestione post-mortem delle discariche esaurite

 Anche in questo caso, nessuna risposta.

 L’associazione sollecita ora l’attenzione di tutti i sindaci dei 91 comuni affinché venga fatta piena luce su:

 costi di gestione

 spese per il personale

 acquisti e forniture

 compensi extra salariali per deleghe di funzione

 consulenze affidate a ex dipendenti in pensione

 spese di comunicazione e pubblicità

 contributi erogati per eventi, sagre e manifestazioni

 benefit ambientali ed ecotassa

 Si tratta di voci che incidono direttamente sulla tariffa pagata dai cittadini e che richiedono un controllo rigoroso, continuo e trasparente.

 Chiediamo ai sindaci, in quanto rappresentanti delle comunità locali, di esercitare pienamente il loro ruolo di vigilanza e di garantire l’applicazione delle norme sulla trasparenza, affinché ogni cittadino possa conoscere come vengono gestite le risorse pubbliche derivanti dalla TARI.

 È necessario un cambio di passo: non basta inviare cartelle di pagamento o ricorrere a giustificazioni di circostanza. I costi di gestione continuano ad aumentare e a sostenerli sono sempre i cittadini. Serve responsabilità, chiarezza e rispetto.



sabato 30 maggio 2026

Il dono di Cassandra di Fare Verde Provincia di Frosinone APS : Frosinone fanalino di coda nel Lazio e in Italia per la qualità della vita.

 

La fotografia scattata dall’ultima edizione della Qualità della vita de Il Sole 24 Ore conferma una frattura geografica che, come sottolinea il quotidiano, «in 36 edizioni non ha accennato a sanarsi». Nonostante i punti di forza del Mezzogiorno – demografia più giovane, clima favorevole, costo della vita più accessibile, ingenti fondi pubblici inclusi quelli del PNRR – le ultime 22 posizioni della classifica sono occupate da province meridionali e tra le ultime posizioni è presente anche la provincia di FROSINONE.

Fuori da Roma emergono criticità diffuse: precarietà economica, servizi pubblici limitati, carenza di spazi culturali e sportivi.

In questo quadro, Frosinone si conferma la provincia con la qualità della vita più bassa del Lazio, penalizzata da dinamiche economiche, sociali e ambientali che si trascinano da anni.

Il dato più allarmante riguarda la popolazione anziana: Frosinone è penultima in Italia, 106ª posto in classifica su 107. Un risultato che riflette un territorio dove vivere a lungo è più difficile che altrove.

Tra i fattori che trascinano la provincia nelle ultime posizioni:

  • Elevato tasso di motorizzazione

  • Pessima qualità dell’aria

  • Rischio idrogeologico

  • Ambiente al 100° posto su 107 province Italiane

Se Fare Verde Provincia di Frosinone APS ha il dono di Cassandra questi indicatori non sono numeri astratti: raccontano un territorio dove troppe auto, troppo smog, troppi protesti, un’offerta sanitaria insufficiente e un indice di mortalità tra i più alti del Paese incidono direttamente sulla qualità della vita.

Il quadro non migliora osservando la condizione dei più piccoli. La provincia si colloca al 93° posto, tra le ultime in Italia.

Gli elementi più critici:

  • Basso tasso di fecondità

  • Assenza di servizi di prossimità raggiungibili a 15 minuti a piedi

  • Scarsità di asili nido

  • Rette elevate per la mensa scolastica

  • Edifici scolastici privi di mensa o palestra

  • Spesa sociale per famiglie e minori tra le più basse

Un territorio che non ha mai garantito ai bambini ciò che dovrebbe essere scontato: servizi, sicurezza, opportunità, spazi di crescita.

La provincia di Frosinone continua a pagare un prezzo altissimo a inquinamento, fragilità economica, carenze infrastrutturali , servizi insufficienti e scelte politiche sbagliate.

Infine un altro dato significativo tra i tanti analizzati riguarda la qualità delle amministrazioni locali, dove la provincia si colloca al 103° posto.

Qui Fare Verde Provincia di Frosinone APS “distende un velo pietoso”, perché – come sottolineato più volte nelle nostre analisi – la responsabilità non è solo delle istituzioni, ma anche delle scelte della popolazione, troppo spesso orientate da logiche clientelari, abitudini radicate e dal voto di amicizia che non premia competenza, trasparenza e visione.

Tuttavia la classifica non è un destino, ma un segnale d’allarme che non può essere ignorato.

Come Fare Verde Provincia di Frosinone APS lo ripetiamo da anni: senza legalità, trasparenza, pianificazione e tutela ambientale non esiste sviluppo.