SITO SIN BACINO IDRICO VALLE DEL SACCO - Si sa che ARPA Lazio non tratta questioni
sanitarie. Ma è quantomeno sorprendente che un documento che fotografa
vent’anni di esposizioni ambientali non trovi neppure il coraggio di richiamare
il Ministero della Salute o di suggerire ad esempio una minima, elementare campagna di monitoraggio
sanitario dedicato ad una
popolazione che ha respirato, bevuto e coltivato dentro il SIN BACINO IDRICO DEL FIUME SACCO.
Un dettaglio, certo. Come se la salute pubblica
fosse un accessorio.
C’è una certa genialità nel nuovo report ARPA
Lazio sulla Valle del Sacco: riesce a raccontare vent’anni di disastri
ambientali con la stessa emotività di un manuale di istruzioni per lavatrici.
Un talento raro: parlare di aria, acqua e suolo senza mai sfiorare la vita
reale di chi ci vive e ci lavora.
ARIA – PM10 e
PM2.5
Nel 2024, in vari punti della Valle, i PM10 hanno
superato 40 µg/m³ nei periodi critici. Il report usa il consueto
linguaggio tecnico, quello che parla di “andamenti”, “stabilità dei valori”,
“coerenza con gli anni precedenti”. Un modo elegante per dire che si respira
male da anni, e che la cosa non sembra destare particolare allarme. Un
ragionamento impeccabile, se la Valle del Sacco fosse un poligono industriale
disabitato. Peccato che ci vivano persone. Peccato che nessuno si chieda se
quei polmoni meritino almeno un controllo.
ACQUA – β-HCH
Il fiume Sacco continua a mostrare la presenza
del famigerato β-HCH, la sostanza che ha devastato allevamenti, aziende
agricole e intere filiere. L'inquinamento delle matrici
suolo/sottosuolo, acque superficiali
e sotterranee è il risultato di decenni di attività industriali inquinanti,
smaltimenti illeciti di rifiuti tossici e sversamenti nei corsi d'acqua. Il
territorio è caratterizzato da contaminazioni da sostanze organiche persistenti
come beta-esaclorocicloesano (β-HCH), arsenico, metalli pesanti e fitofarmaci,
che interessano sia le acque superficiali che il suolo. Eppure nel documento non c’è
una riga che dica: “ La gente che ci
abita merita un’assistenza sanitaria e
sociale dedicate ” perché hanno altissime probabilità di ammalarsi .
SUOLO – Piombo
e arsenico
In alcune aree agricole, i terreni mostrano
ancora concentrazioni elevate di piombo e arsenico, con superamenti
delle soglie per l’uso agricolo. Il report lo registra con la solita
compostezza tecnica, come se si trattasse di un reperto museale. Nessuna
domanda su cosa significhi per chi quel suolo lo ha lavorato per anni . Nessuna
proposta di bio monitoraggio. Nessun richiamo al Progetto INDACO. Silenzio
totale.
Il capolavoro
del report: la Valle del Sacco senza la Valle del Sacco
Il documento è un esercizio di equilibrismo
istituzionale: non disturba la politica, non disturba l’industria, non disturba
gli enti che per anni hanno certificato criticità senza mai risolverle.
Disturba solo la realtà.
Perché la Valle del Sacco non è un dataset. Non è
una matrice. Non è un grafico. È un territorio agricolo inzozzato dalle industrie , costruito da
generazioni di persone che hanno trasformato un suolo difficile in un paesaggio
produttivo e vivo.
Eppure nel report gli agricoltori compaiono come
comparse mute, come elementi del paesaggio. Non c’è una riga che dica: “Questo
territorio esiste perché loro lo hanno fatto esistere”.
Il report è aggiornato al 2024. La sensibilità,
invece, sembra ferma a due secoli fa. È un documento che descrive tutto tranne
ciò che conta: le persone, il lavoro, l’agricoltura, il genius loci della
Valle del Sacco.
La Valle non ha bisogno di un altro PDF che
“descrive”. Ha bisogno di qualcuno che si assuma responsabilità. E
soprattutto di qualcuno che abbia il coraggio di dire che la vera emergenza
non è nei grafici, ma nelle persone che quei grafici li subiscono.
E che una campagna di monitoraggio sanitario permanente
— la cosa più ovvia, più logica, più umana — non è un optional: è un dovere.

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