sabato 13 giugno 2026
Ceccano - Rifiuti abbandonati nei campi del SITO SIN Bacino idrico del fiume Sacco.
Ceccano - In località Anime Sante a Ceccano alle coordinate 41°34'38.0"N 13°19'49.7"E c'è chi va nei campi per mietere il fieno e invece trova una discarica.
Non dovrebbe accadere. E invece accade sempre più spesso: un contadino si reca nei propri terreni per lavorare, per mietere il fieno, per portare avanti quei gesti antichi che tengono in vita la nostra terra. Ma ciò che trova davanti a sé è un campo disseminato di rifiuti.
Materassi , plastica, tantissimi sacchi di rifiuti urbani e ingombranti.
Una scena che ferisce. Una scena che umilia.
Perché chi lavora la terra la ama, la rispetta, la custodisce.
E vedere il campo di fieno da mietere trasformato in una discarica abusiva significa sentirsi traditi da mani e menti che hanno scelto deliberatamente l’illegalità come stile di vita.
I contadini sono persone di grande umiltà, che vivono del proprio lavoro e che non chiedono nulla se non di poter coltivare in pace.
Sono loro a garantire cibo, paesaggio, biodiversità.
Sono loro a presidiare territori che altrimenti verrebbero abbandonati.
Eppure, troppo spesso, sono proprio loro a pagare il prezzo più alto dell’inciviltà altrui.
Devono fermare il lavoro.
Devono denunciare.
Devono attendere interventi che non arrivano.
Devono convivere con il timore che quei rifiuti possano contaminare suolo, acqua, raccolti.
Il tutto mentre chi ha abbandonato quei materiali resta impunito, protetto dall’ombra dell’anonimato e dall’assenza di controlli efficaci.
È necessario dirlo con chiarezza:
i contadini non possono e non devono diventare operatori ecologici.
Non spetta a loro raccogliere i rifiuti abbandonati nei campi.
Non spetta a loro bonificare ciò che altri hanno inquinato.
Non spetta a loro farsi carico dei costi economici, ambientali e morali dell’inciviltà.
Il loro compito è un altro: coltivare, produrre, custodire.
E lo fanno senza rovinare la terra, senza sfruttarla, senza violentarla con azioni criminali.
Chi abbandona rifiuti, invece, compie un reato e danneggia l’intera comunità.
Serve una presa di posizione netta.
Serve che le istituzioni intensifichino controlli, sanzioni, videosorveglianza.
Serve che la comunità sostenga chi lavora onestamente e isoli chi sporca e inquina.
Perché un territorio che non protegge i suoi contadini è un territorio che rinuncia al proprio futuro.
venerdì 12 giugno 2026
Differenziamo i rifiuti per riciclarli o per bruciarli?
Ciociaria Distretto dei Rifiuti - Nel dibattito sui rifiuti si parte quasi sempre da un principio apparentemente semplice: la raccolta differenziata serve a riciclare materia, mentre il recupero energetico serve a valorizzare ciò che non può essere recuperato in altro modo.
Ma cosa accade quando i documenti
industriali e i dati regionali sembrano raccontare una realtà più complessa?
È il caso del Lazio, dove l'analisi dei
flussi contenuti nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR) e della
recente manifestazione di interesse di ACEA Ambiente per il termovalorizzatore
di San Vittore del Lazio solleva interrogativi che meritano maggiore attenzione
pubblica.
Non si tratta di denunciare anomalie
accertate. Si tratta piuttosto di comprendere se il sistema sia
sufficientemente trasparente da consentire ai cittadini di seguire il percorso
dei rifiuti che separano ogni giorno nelle proprie abitazioni.
I dati riportati
nel PRGR mostrano che i principali impianti di Trattamento Meccanico Biologico
(TMB) del Lazio producono complessivamente circa 300 mila tonnellate annue di
CER 19 12 10, il codice che identifica i rifiuti combustibili destinati alla
produzione di combustibile solido secondario (CSS).
Eppure il medesimo piano regionale sembra
riportare una produzione complessiva di CER 19 12 10 prossima alle 600 mila
tonnellate annue. Una differenza enorme. La domanda è semplice: da dove
arrivano le circa 300 mila tonnellate aggiuntive?
Le spiegazioni tecniche possibili sono
numerose. Oltre ai TMB esistono impianti di selezione, piattaforme di
trattamento, impianti multi materiale e altri processi industriali che possono
generare rifiuti classificati come CER 19 12 10.
Tuttavia il PRGR non mette a disposizione
una matrice di flusso unica e immediatamente leggibile che consenta di
ricostruire con precisione il percorso di tali materiali. I numeri complessivi
tornano. I passaggi intermedi molto meno.
Secondo il piano regionale, il Lazio
produce ogni anno oltre un milione e mezzo di tonnellate di raccolta
differenziata. Carta, cartone, plastica, vetro, organico e altre frazioni
vengono avviate ai rispettivi circuiti di recupero. Ma nessun sistema di
selezione è perfetto. Una quota dei materiali raccolti separatamente viene
inevitabilmente scartata durante le operazioni industriali di trattamento.
Materiali sporchi, contaminati, compositi o non conformi ai requisiti di
mercato vengono separati e indirizzati verso altri percorsi. È qui che il
quadro si fa meno chiaro.
Quanto di questi flussi contribuisce alla
produzione di CSS?
Quanto viene effettivamente smaltito?
Le risposte non emergono in modo immediato
dalla documentazione pubblica.
A rendere la questione ancora più
interessante è la manifestazione di interesse presentata da ACEA Ambiente per
il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio. Nel documento compare
un'espressione che merita attenzione.
Non si parla semplicemente di "scarti della raccolta differenziata", s fa riferimento a "rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata". Può sembrare una distinzione terminologica marginale, in realtà non lo è. Quando si parla di scarti derivanti dalla raccolta differenziata, il riferimento è normalmente alle frazioni residue generate dopo la selezione industriale e non più recuperabili come materia. L'espressione utilizzata nella manifestazione di interesse appare invece più ampia e solleva inevitabilmente una domanda: perché si parla di rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata e non esclusivamente di scarti derivanti dal loro trattamento?
La differenza lessicale potrebbe avere
spiegazioni tecniche e amministrative del tutto legittime. Tuttavia, proprio
per questo motivo, sarebbe opportuno che tali flussi fossero rappresentati in
modo chiaro e facilmente verificabile.
La documentazione pubblica oggi disponibile
non consente sempre di distinguere con immediatezza:
- quanto CSS deriva dal trattamento dell'indifferenziato;
- quanto deriva da impianti di selezione;
- quale sia il contributo dei flussi provenienti dalla raccolta
differenziata;
- quali quantità siano effettivamente scarti di processo.
Quando il cittadino separa correttamente
carta, plastica e altri materiali, si aspetta che il percorso di quei rifiuti
sia tracciabile e comprensibile.
Più la filiera si allontana da questa
trasparenza, più cresce il rischio di alimentare dubbi e sfiducia.
La questione centrale non è se il sistema
sia legittimo. La questione è se sia sufficientemente trasparente.
Se il Lazio produce circa 300 mila
tonnellate di CSS dai TMB e quasi 600 mila tonnellate complessive di CER 19 12
10, appare ragionevole chiedere una ricostruzione pubblica e dettagliata dei
flussi che generano la differenza.
Allo stesso
modo, se nei documenti industriali compaiono riferimenti a rifiuti urbani
provenienti dalla raccolta differenziata destinati alla filiera del CSS,
sarebbe utile comprendere esattamente quali materiali siano coinvolti e in
quale fase del processo. Non per mettere in discussione il recupero energetico,
ma per garantire che chi differenzia i propri rifiuti possa sapere con
precisione quale destino avranno. Perché la fiducia dei cittadini non si misura
soltanto nelle percentuali di raccolta differenziata, si misura anche nella
trasparenza con cui viene raccontato il percorso dei materiali dopo che il
camion della raccolta ha lasciato il quartiere.
Fare Verde Provincia di Frosinone APS si augura che il nuovo piano rifiuti sarà immediatamente comprensibile dai cittadini in special modo per i flussi dei rifiuti.
martedì 9 giugno 2026
Il Torrente Amaseno chiaro esempio di greenwashing.
Per oltre 250 giorni l’anno
il Torrente Amaseno non ha alcuna portata idrica ed anche in questi giorni il corso d’acqua è
completamente in secca, nonostante continui a ricevere reflui
provenienti dai depuratori urbani dei comuni di Veroli, Monte San Giovanni
Campano e Boville Ernica. Un paradosso che Fare Verde Provincia di Frosinone
APS denuncia da anni: senza acqua corrente, la depurazione non si completa,
perché manca la fase finale e indispensabile della diluizione dei reflui
trattati. Il risultato è evidente: ciò che esce dai depuratori, invece di
scorrere nel torrente, si infiltra nel sottosuolo, con ripercussioni sulle falde e sulla qualità dell’ambiente.
| Alveo del torrente Amaseno in secca |
Il letto dell’Amaseno, ormai inesorabilmente asciutto per la maggior parte dell’anno, continua a rivelare criticità. Il 9 giugno, i volontari di Fare Verde Monte San Giovanni Campano hanno rinvenuto rifiuti abbandonati in località Miniera, proprio nel letto del torrente. Mani criminali hanno abbandonato rifiuti e addirittura una tappezzeria di auto. Un segnale inequivocabile: l’alveo, privo d’acqua, diventa terreno di nessuno, vulnerabile a ogni forma di degrado.
Spostandosi a Casamari, la situazione non migliora. Sono ben visibili i lavori di presunta “sistemazione” degli argini, interventi celebrati come opere di riqualificazione ecologica quando sotto il piazzale che funge da parcheggio , insiste una grande struttura costruita sulla sponda del torrente.
Una contraddizione macroscopica: mentre si parla di tutela, vengono ignorati manufatti che violano le norme statali e regionali sulla fascia di rispetto dei corsi d’acqua che disciplinano le distanze senza lasciare spazio a nessuna interpretazione benevola.
Fare Verde Provincia di Frosinone vuole credere che gli assessori regionali, così solerti nel magnificare la presunta valenza ecologica dei lavori sugli argini, abbiano anche attivato i poteri sostitutivi della Regione previsti dalla legge per affrontare la questione dei manufatti costruiti dentro l’alveo del torrente Amaseno.
domenica 7 giugno 2026
Torrente Amaseno: un ecosistema sacrificato tra reflui depurativi, abusi edilizi e passerelle politiche
Il torrente Amaseno, da anni, non è più un corso d’acqua vivo. Per oltre 250 giorni l’anno, l’alveo riceve esclusivamente i reflui dei depuratori dei comuni del comprensorio. Un paradosso idrologico e ambientale: nonostante lo sversamento continuo dai depuratori , il torrente rimane in secca.
Tradotto in termini concreti: i reflui depurati non scorrono, ma si infiltrano direttamente nelle falde, con un rischio evidente per la qualità delle acque sotterranee.
In assenza di un flusso naturale capace di diluire gli scarichi, gli stessi depuratori non riescono a chiudere il ciclo di trattamento, rendendo inefficace un sistema che dovrebbe tutelare l’ambiente e la salute pubblica.
Un ecosistema sotto assedio: carenza di acqua , troppa pressione antropica e troppi manufatti abusivi
Alla pressione dei reflui si aggiunge un’altra ferita: le sponde del torrente sono state progressivamente saccheggiate, occupate da costruzioni realizzate senza il rispetto delle normative statali e regionali. Un consumo di suolo illegittimo che ha cancellato habitat, corridoi ecologici e interi tratti di vegetazione ripariale.
Oggi, mentre il torrente è ridotto a un alveo arido, alcuni esponenti politici trasformano l’Amaseno in una passerella mediatica, sbandierando interventi sugli argini come se fossero opere risolutive.quando in realtà, questi lavori invasivi distruggono le ultime tracce di biodiversità sopravvissute.
Fare Verde Provincia di Frosinone APS, da anni, denuncia una verità semplice e ignorata: l’acqua dell’Amaseno è stata captata, sottratta al corso naturale creando impedimento al mantenimento del flusso minimo vitale, obbligatorio per legge.
Già nel 2017 l’associazione interpellò l’allora Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – Divisione Tutela quali‑quantitativa delle Risorse Idriche e Distretti Idrografici. Con nota prot. 0005265 dell’8 marzo 2017, il Ministero comunicò che:
il sottobacino dell’Amaseno era stato inserito nel Piano di Tutela delle Acque Regionale (PTAR) del Lazio come area di miglioramento al 2021;
erano previste misure specifiche sugli impianti di depurazione da parte dell’Autorità regionale competente;
lo stato ecologico del torrente non soddisfa la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, come da anni sostiene il presidente della nostra Associazione il Dott. Marco Belli.
Il Ministero invitò inoltre a consultare il sito del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale per verificare le condizioni del corso d’acqua.
A distanza di anni, però, nessuno ha affrontato il nodo centrale: non servono nuove opere edilizie, ma il ripristino dell’acqua, della sua continuità ecologica e della sua capacità di rigenerare l’ecosistema.
Un tempo l’Amaseno alimentava i mulini di Monte San Giovanni Campano. Oggi, invece, è un alveo svuotato, un simbolo di ciò che accade quando l’ambiente viene sacrificato a favore di interessi di breve respiro.
La speranza – che è davvero l’ultima a morire – è quella di rivedere l’acqua tornare a scorrere, tanta e pulita, capace di:
restituire vita al torrente,
ripristinare gli equilibri ecologici,
e magari spazzare via anche il greenwashing di chi si presenta solo per farsi fotografare.
Fare Verde Provincia di Frosinone APS continuerà a battersi, con documenti alla mano e con la forza della legalità, affinché il torrente Amaseno torni a essere un ecosistema vivo, non un canale di scarico né un palcoscenico per la politica del consenso.
Il silenzio assordante delle sedicenti associazioni ambientaliste spiega tante cose.
Lavori fatti dalle ruspe dentro l'alveo del torrente .
giovedì 4 giugno 2026
Provincia di Frosinone - La trasparenza sul giro di affari dei rifiuti sembra quella della Corea del Nord.
La trasparenza amministrativa, pur essendo un obbligo sancito dalla legge per enti e società a partecipazione pubblica, continua a rimanere un miraggio.
Le celebri metafore della “casa
di vetro” e del “palazzo di vetro”, coniate da Filippo Turati nel 1908,
sembrano non appartenere alla cultura gestionale delle società che operano nel
ciclo dei rifiuti dei 91 comuni della provincia di Frosinone.
Le norme esistono e sono chiare.
L’articolo 97 della Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948, stabilisce i
principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione e
delle società ad essa equiparate. A questi si aggiunge il D.lgs. 33/2013, che
definisce la trasparenza come “accessibilità totale” ai dati e ai documenti, al
fine di favorire il controllo diffuso sull’operato degli enti e prevenire la
corruzione.
Eppure, nel caso della SAF Società Ambiente Frosinone di Colfelice che gestisce
il ciclo dei rifiuti provinciali e per la Re- Mat. Lazio Spa di San Giorgio a Liri che gestisce rifiuti da
fuori provincia, la cosiddetta “casa di
vetro” sembra essersi trasformata in un edificio dai vetri “grigio magno” ,
impenetrabile allo sguardo dei cittadini che pagano la TARI e che, pur
contribuendo con risorse pubbliche, non possono conoscere come queste vengano
impiegate.
A giugno 2026, nulla è stato
ancora reso pubblico.
sabato 30 maggio 2026
Il dono di Cassandra di Fare Verde Provincia di Frosinone APS : Frosinone fanalino di coda nel Lazio e in Italia per la qualità della vita.
La fotografia scattata dall’ultima edizione della Qualità della vita de Il Sole 24 Ore conferma una frattura geografica che, come sottolinea il quotidiano, «in 36 edizioni non ha accennato a sanarsi». Nonostante i punti di forza del Mezzogiorno – demografia più giovane, clima favorevole, costo della vita più accessibile, ingenti fondi pubblici inclusi quelli del PNRR – le ultime 22 posizioni della classifica sono occupate da province meridionali e tra le ultime posizioni è presente anche la provincia di FROSINONE.
Fuori da Roma emergono criticità diffuse: precarietà economica, servizi pubblici limitati, carenza di spazi culturali e sportivi.
In questo quadro, Frosinone si conferma la provincia con la qualità della vita più bassa del Lazio, penalizzata da dinamiche economiche, sociali e ambientali che si trascinano da anni.
Il dato più allarmante riguarda la popolazione anziana: Frosinone è penultima in Italia, 106ª posto in classifica su 107. Un risultato che riflette un territorio dove vivere a lungo è più difficile che altrove.
Tra i fattori che trascinano la provincia nelle ultime posizioni:
Elevato tasso di motorizzazione
Pessima qualità dell’aria
Rischio idrogeologico
Ambiente al 100° posto su 107 province Italiane
Se Fare Verde Provincia di Frosinone APS ha il dono di Cassandra questi indicatori non sono numeri astratti: raccontano un territorio dove troppe auto, troppo smog, troppi protesti, un’offerta sanitaria insufficiente e un indice di mortalità tra i più alti del Paese incidono direttamente sulla qualità della vita.
Il quadro non migliora osservando la condizione dei più piccoli. La provincia si colloca al 93° posto, tra le ultime in Italia.
Gli elementi più critici:
Basso tasso di fecondità
Assenza di servizi di prossimità raggiungibili a 15 minuti a piedi
Scarsità di asili nido
Rette elevate per la mensa scolastica
Edifici scolastici privi di mensa o palestra
Spesa sociale per famiglie e minori tra le più basse
Un territorio che non ha mai garantito ai bambini ciò che dovrebbe essere scontato: servizi, sicurezza, opportunità, spazi di crescita.
La provincia di Frosinone continua a pagare un prezzo altissimo a inquinamento, fragilità economica, carenze infrastrutturali , servizi insufficienti e scelte politiche sbagliate.
Qui Fare Verde Provincia di Frosinone APS “distende un velo pietoso”, perché – come sottolineato più volte nelle nostre analisi – la responsabilità non è solo delle istituzioni, ma anche delle scelte della popolazione, troppo spesso orientate da logiche clientelari, abitudini radicate e dal voto di amicizia che non premia competenza, trasparenza e visione.
Tuttavia la classifica non è un destino, ma un segnale d’allarme che non può essere ignorato.
Come Fare Verde Provincia di Frosinone APS lo ripetiamo da anni: senza legalità, trasparenza, pianificazione e tutela ambientale non esiste sviluppo.
domenica 24 maggio 2026
Depuratore intercomunale di Isola del Liri: una storia lunga oltre 18 anni e ancora senza fine
ACQUA CHIARA
La vicenda del depuratore intercomunale di Isola del Liri affonda le sue radici nel 2008, quando l’opera venne programmata come “Impianto di depurazione Anitrella” a servizio dei Comuni di Monte San Giovanni Campano, Isola del Liri, Castelliri e Arpino, con finanziamento della Regione Lazio.
La Delibera di Giunta Regionale n. 668/2008
inserì l’opera tra gli interventi prioritari affidati ad ACEA ATO 5.
Il costo previsto era di 12 milioni di euro, così ripartiti:
- 8,4 milioni della Regione Lazio
- 5,6 milioni immediatamente disponibili
- 2,8 milioni da erogare tramite ribassi d’asta
- 3,6 milioni derivanti dalle tariffe pagate
dagli utenti
Successivamente, a seguito di interlocuzioni tra ACEA ATO 5 e la Direzione Ambiente regionale, 625.000 euro vennero provvisoriamente spostati per coprire il completamento del depuratore di Anagni.
Nel 2013, la nostra Associazione chiese ufficialmente alla Provincia di Frosinone di chiarire che fine avesse fatto il depuratore previsto in località Scaffa, sulla riva del Liri a Monte San Giovanni Campano dove ci fu addirittura la cerimonia di inaugurazione. Da quel momento, la narrazione istituzionale cambiò: si iniziò a parlare di “depuratore intercomunale di Isola del Liri”, mentre ACEA veniva nel frattempo obbligata a realizzare nuovi impianti a Monte San Giovanni Campano per porre fine al disastroso stato della depurazione locale.
Gli investimenti in tariffa: soldi incassati,
impianto mai costruito
Secondo i Piani
degli Investimenti ATO 5, approvati dai Sindaci, l’opera è stata
ripetutamente finanziata attraverso le bollette:
- 5,2 milioni nel Piano 2014–2017
- 8,2 milioni nel Piano 2016–2019
- 10,9 milioni nel Piano 2019–2021
ACEA ha quindi avrebbe incassato negli anni
somme crescenti, senza avviare la costruzione dell’impianto.
Oggi: 16 milioni dalla Regione Lazio. Ma
quanto deve costare questo depuratore?
La Regione Lazio ha annunciato 16 milioni di
euro per il depuratore intercomunale. La domanda è inevitabile:
Ma quanto deve costare questo impianto?
Dai 12 milioni del 2008 ai 16 milioni del 2026,
passando per oltre 20 milioni complessivi già caricati in tariffa, la cifra
appare in continua lievitazione.
E l’esperienza insegna che, una volta avviata la
spesa, i ritocchi verso l’alto non mancano mai.
Un’opera che
doveva essere già funzionante
Il depuratore intercomunale di Isola del Liri avrebbe dovuto:
- risolvere criticità storiche del Liri
- eliminare scarichi non conformi
- garantire un trattamento adeguato dei reflui
- tutelare salute pubblica e ambiente
Tutto questo doveva essere già risolto da anni,
perché gli investimenti sono stati ampiamente finanziati dagli utenti.
La posizione
della nostra Associazione di tutela Ambientale .
Fare Verde Provincia di Frosinone APS ritiene che questa vicenda rappresenti
un caso emblematico di:
- mancanza di trasparenza
- inefficienza gestionale
- assenza di controllo pubblico
- costi fuori controllo
E soprattutto di promesse ripetute senza
nessun risultato concreto.
Conclusione
Dopo 18 anni, milioni di euro incassati e
continui annunci, il depuratore intercomunale non esiste ancora.
La nostra Associazione continuerà a vigilare,
documentare e denunciare ogni opacità, perché i Comuni di Isola del Liri, e Arpino in questo caso NON HANNO DEPURATORI come del resto non li hanno i comuni di Santopadre, Fontana Liri ed Arce.
Fare Verde Provincia di Frosinone APS si rivolge direttamente all'Autorità Giudiziaria chiedendo la giusta punizione prevista dalle leggi dello Stato per chi continua da anni ad inquinare il fiume Liri
| Il depuratore fantasma di Isola del Liri |



