venerdì 6 marzo 2026

Deindustrializzazione italiana: quando l’energia costa il doppio e il silenzio vale oro.

La deindustrializzazione italiana non è un fenomeno naturale: è il risultato di un sistema che accetta consapevolmente che le imprese italiane paghino l’energia più dei loro concorrenti europei.

E quando l’energia costa di più, chi produce chiude oppure delocalizza la produzione in Paesi dove l'energia è meno cara.

Il dato che nessuno vuole guardare: 106,67 €/MWh

Nella settimana 23 febbraio – 1° marzo 2026, l’energia elettrica prodotta da centrali a gas in Italia ha toccato 106,67 €/MWh. Un prezzo che pesa come una tassa occulta sulla manifattura.

Ma il dato diventa esplosivo quando lo confrontiamo con chi compete con noi ogni giorno.

Germania: energia più bassa.

  • Prezzo medio elettrico da gas: ~82–88 €/MWh

  • Differenziale rispetto all’Italia: 18–25% in meno

La Germania ha protetto la propria industria con scelte strategiche: interconnessioni, autoproduzione, contratti dedicati, diversificazione delle fonti.

 Spagna: il modello che ci umilia

  • Prezzo medio elettrico da gas: ~60–70 €/MWh

  • Differenziale rispetto all’Italia: 35–45% in meno

La Spagna ha fatto ciò che noi non abbiamo fatto: separare il prezzo dell’elettricità dal gas, investire davvero nelle rinnovabili, ridurre gli oneri, sostenere l’autoproduzione.

Quando un’acciaieria italiana paga l’energia 40% in più di una spagnola, non è inefficiente: è strangolata.

Quando una cartiera italiana paga 20% in più di una tedesca, non è obsoleta: è abbandonata.

La deindustrializzazione non è un processo economico: è un atto politico.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa, ma paga l’energia come se fosse un Paese marginale.

È il paradosso che indebolisce il lavoro, la produzione, la coesione sociale e l'ambiente.

Rompere il meccanismo: non è tecnica, è volontà

Per uscire dalla spirale servono scelte radicali:

  • sganciare il prezzo dell’elettricità dal gas

  • investire massicciamente in rinnovabili e accumuli

  • sostenere l’autoproduzione industriale

  • riformare gli oneri di sistema

  • proteggere i settori strategici

  • trattare l’energia come un bene comune

Non è estremismo: è sopravvivenza .

La deindustrializzazione non è solo un attacco al lavoro: è anche un attacco all’ambiente. Perché quando l’Italia perde industria:

  • importa prodotti da Paesi con standard ambientali più bassi

  • aumenta le emissioni globali invece di ridurle

  • rinuncia a tecnologie pulite che potrebbe produrre in casa

  • perde la capacità di guidare la transizione ecologica

L'Italia che non produce è un Paese che inquina altrove, e che subisce le scelte degli altri.

La vera transizione ecologica non è chiudere le fabbriche: è alimentarle con energia pulita, stabile e accessibile.

Finché l’Italia pagherà 106,67 €/MWh contro gli 82 della Germania e i 65 della Spagna, la nostra industria sarà costretta a combattere una guerra economica che altri hanno già deciso per noi.

La nostra popolazione sarà costretta a pagare con l'aumento del costo della vita le conseguenze di guerre e i bombardamenti che gli altri nel delirio di onnipotenza hanno deciso anche per noi.

Difendere l’energia pulita , difendere l’industria meno inquinante, difendere la vita e difendere l’ambiente: Sono la stessa battaglia.


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